Pizzoccheri e Valtellina: l’irrinunciabile semplicità dell’Osteria al Sole

Pochi piatti, nessuna concessione, tanta sostanza. E un amico che resta seduto a tavola.

Ci sono luoghi che diventano importanti anche se li hai frequentati poche volte. L’Osteria al Sole è uno di quelli. Ci sono stato poco, sia qui che in Valtellina. Forse troppo poco. Ma resta uno dei miei porti sicuri, anche se non è il mio, in origine.

Me l’ha fatto scoprire Paolo, un mio ex collega, ma soprattutto un amico. Di quelli veri, che ti insegnano le cose con naturalezza, come se ci fossero sempre state. Mi ha portato lì, mi ha accompagnato dentro, mi ha fatto assaggiare per la prima volta i loro pizzoccheri. E da quel momento, per me, questo piatto si può mangiare in due soli posti: all’Osteria al Sole e a casa. Non cucinati da me, ovviamente. Non mi permetterei.

Non so se siano davvero i più buoni del mondo, non ho ancora girato tutti i ristoranti del globo armato di forchetta, ma per me, tra la qualità e il ricordo che portano con sé, sono imbattibili.

Perché è così speciale la Valtellina? Perché un giorno Paolo mi ha obbligato, quasi per dispetto, ad alzare lo sguardo da quella maledetta statale perennemente in coda. E allora ho visto. Ho visto il versante delle Alpi Retiche, i muretti a secco che sembrano cuciti a mano, le vigne in verticale che seguono la strada come una riga fatta con la biro da un bambino meticoloso. E lì, in quel momento, non potevi fare altro che guardare. In silenzio. Come davanti a certe persone. O a certi piatti.

Ma la Valtellina è molto di più: è tarozz, è tsigoiner, è Casera e Bitto. È Bresaola, è Slinzega, è montagna. È l’Osteria al Sole.

Un posto che non cerca di piacerti. Mise en place anni ’80, tovaglie vere, oste burbero, menù per niente accomodante. Niente ricerca. Niente fronzoli. Nessuna carezza ai milanesi piagnucoloni. Nessuna concessione ai SUV, ai vegani o agli indecisi.

Il menù è semplice. Sciatt, pizzoccheri, poco altro. O sei deciso, o non mangi. Ma se mangi, puoi fare bis. O tris. Le porzioni arrivano in teglie di ceramica, fumanti e imperfette. Nessuno ti chiede se è tutto ok, perché la risposta è già lì, infilzata sulla tua forchetta.

La ricetta dei pizzoccheri? Non la so, e non voglio saperla. Dovrei chiederla, lo so. Sarebbe giusto, per capire perché siano così fuori classifica. Ma come faccio? Non posso toccare quel ricordo. Voglio che rimangano lì, fermi nella memoria, legati a un assaggio e a una risata con il mio amico. Che mi manca. Mi manca come mi mancano già quei pizzoccheri. Li vorrei adesso. Come merenda. Come colazione. Li mangerei anche in flebo. Li vorrei fino a quando il colesterolo cattivo mi guarderebbe negli occhi e direbbe: “Cosa cazzo stai facendo?”.

Ovviamente li distinguo nettamente da quelli della Valchiavenna. Quelli non sono commestibili. E non è questione di gusti: è questione di campionato. Un piatto da Serie A contro uno da Terza Categoria. Diversi, sì, ma anche oggettivamente imparagonabili.

Perché vi sto raccontando tutto questo? Perché viviamo in un’epoca dove tutto cambia. Tutto si evolve. Cerchiamo sempre qualcosa in più. La perfezione, l’acido giusto, la croccantezza estrema. In cucina soprattutto. Rivisitare i pizzoccheri? Si può. Tutto si può. Ma ha senso rifare questi pizzoccheri? No. Nessuno. Loro nascono così. E se li tocchi, muoiono. Preferirebbero finire nella spazzatura, cucinati con la panna, piuttosto che subire una riduzione di qualcosa. La semplicità, a volte, vince sull’estremo. 

Questi pizzoccheri sono la cosa meno sana e più vera del mondo. Farina di grano saraceno, verza se ha gelato, patate, verdure, Casera, Bitto e burro.
Burro.
Burro.
Burro.

Chi è Paolo?
Paolo è un pizzocchero con un calice di Chiavennasca.
Non della casa, possibilmente.
Ma anche tanto, tanto altro.

Classificazione: 5 su 5.

Prezzo: 18€ pizzoccheri, sciatt e acqua

Via Berola, 1, 23026 Ponte In Valtellina SO

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