Una cena provata circa un anno fa, ma il trauma è rimasto.

Deserto. È la prima parola che mi viene in mente ripensando a Finger’s Garden.
Non nel senso poetico. Nel senso proprio di vuoto, di nulla cosmico con arredamento cheap-chic e un triste acquario decorativo. Ci sediamo.
Davanti a noi, un dehors ampio e verde, dietro di noi l’eco del silenzio. È l’inizio di qualcosa che somiglia più a Cucine da incubo che a un’esperienza fusion.
Devo specificarlo: questa cena risale a circa un anno fa. Ma ci sono traumi che restano impressi.
Menu degustazione. Alcune portate le abbiamo solo scrutate da lontano, altre, le abbiamo assaggiate. Con coraggio.
Cominciamo con una capasanta marinata alla barbabietola, su crema di zucca e porro fritto. Era aprile, quindi già la zucca sembrava un presagio sbagliato. Ma ciò che ci preoccupa di più è la consistenza della capasanta: collosa, molle, maltrattata. Il porro? Bruciato.
Un piatto da rivedere totalmente.
Il tataki di tonno arriva poi. E lì, l’anemia diventa sapore.
Il pesce ha il colore di una sciarpa scolorita e la consistenza di qualcosa che è stato adagiato, non cotto, sopra delle verdure saltate che invece si salvano. Ma il tonno viene affogato in una salsa teriyaki troppo dolce. Nel piatto, più che equilibrio, c’è l’intenzione disperata di coprire.
Il servizio è tecnicamente presente, ma recitato. I camerieri elencano gli ingredienti, ma con qualche dimenticanza.
Finger’s Garden sembrava un locale abbandonato a sé stesso, congelato in una versione di sé che funzionava dieci anni prima. Nessuna visione, nessuna materia prima che si faccia notare, un menù che pare scolpito nella roccia.
Quando (e se) ci sarà una rinascita, fatta di ingredienti scelti, tecnica rinnovata, idee nuove, torneremo. Forse.
Fino ad allora, Finger’s Garden resta un’esperienza da raccontare, ma non da ripetere.
Costo menu degustazione: 90€
Finger’s Garden – Via G. Keplero, 11 Milano